Parole Senza Censura di Gabriella C.

Parole Senza Censura di Gabriella C.

Amica malattia

Bionda. Alta. Lineamenti spigolosi.

Platelet, o meglio Platty come tutti la soprannominavano, forse un po’ soprapensiero arricciò il naso.

L’eyeliner anche questa volta sbavava. Colpa della sua mano tremula.

Le succedeva sempre prima di una spedizione, di un agguato. Prima di ghermire una delle sue prede.

Piccole pollastrelle sprovvedute. Bambini dagli occhi ingenui. Vecchi imprigionati in ultimi, stanchi respiri.

Non guardava in faccia nessuno, lei.

Arrivava all’improvviso e li ghermiva, avvolgendoli in una lenta spirale di paure.
Un laccio sempre più stretto, un giogo di pensieri, un tarlo che rosicchia ogni istante di vita.

In fondo quell’eyeliner sbavato era giusto cosi, pensò osservando il suo sguardo indurito e sfuggente.

Non aveva mai provato grossa gioia in quello che da sempre era stato il suo compito, quest’incarico strano che la vita le aveva assegnato e che assolveva meticolosamente, ogni giorno.

Non sarebbe stato diverso nemmeno oggi, che toccava ad una bionda come lei, ma più ingenua, molto più ingenua.

L’appuntamento era per le diciotto.

Gaby indossava il suo sorriso più bello, finalmente libera dal lavoro, i capelli luccicanti tra i raggi di sole, il passo spedito e solo un piccolo alito di ansia, nascosto in un angolo del cuore.

L’incontro avvenne lì, nel luogo più banale del mondo.

Quella vecchia panchina scrostata, dove l’amore degli adolescenti scriveva tra il verde lucido e piccole macchie di ruggine.

Gaby proprio non ci pensava, inesauribile e inaffondabile come credeva di essere.

Invece eccola lì, Platty la vendicatrice, seduta accanto a lei.

Occhi negli occhi, una busta bianca tra le mani ossute e poi… lo sguardo perso di Gaby, quel pozzo profondo, un infinito buco nero che la inghiottiva masticandola a morsi piccoli piccoli, come quel numero che aveva appena letto.

 

“Ecco. Ne ho fatta fuori un’altra” pensò Platty, ricordando il viso smarrito di Gaby. “Una dolce bionda ingenua. La parte più vera di me stessa”.

 

L’eyeliner colava ancor di più sul suo volto, mentre Platty fuggiva da se stessa e dal mondo, incamminandosi verso l’orizzonte…

Le lunghe falcate a poco a poco si erano trasformate in un’andatura tranquilla e Platty sembrava aver ripreso il pieno controllo di sé, ma un bollore di lava la tormentava ancora.

Chiarezza. Ci voleva chiarezza.

Ed è proprio nel cercare questa chiarezza, quasi fosse un ordine interiore, che i suoi piedi si ritrovarono a percorrere la strada nella direzione opposta.

 

Intanto Gaby, che a fatica era riuscita a trascinarsi nell’auto, osservava imbambolata i suoi occhi increduli, riflessi nello specchietto retrovisore.

Le pagliuzze dorate, che da sempre facevano brillare le sue verdi iridi, sembravano ora aghi secchi ed opachi di un vecchio abete stanco.

Non poteva smettere di osservarsi.

Irriconoscibile. Come se la sua vita fosse stata tranciata in due.

Esisteva solo il prima e il dopo. E lei, in questo dopo, stava annegando sola, in un infinito pozzo nero.

 

Toc Toc, fecero le nocche ossute di Platty.

E nel tempo di mezzo respiro, eccola di nuovo seduta lì, a trenta centimetri dai brividi di Gaby e dal battito impazzito del suo cuore.

Si guardarono. Dio solo sa come, ma si guardarono.

E quando Platty le prese le mani, Gaby sentì come ogni singola cellula del suo corpo volesse trapassare la portiera, per fuggire lontano.

Spingeva con tutte le sue forze contro il vetro, la maniglia conficcata tra le scapole, le spalle doloranti.

Ma niente. Era ancora lì.

E fu a quel punto che la vendicatrice iniziò a parlare:

«Cinquantatre,» disse «non potevo aspettare oltre. Ho un cuore anch’io, sai. Non potevo permettere che ti annientassi del tutto, spenta da una stanchezza infinita, nel chiuso di quello stanzino.
Mille pensieri, mille preoccupazioni e tanta, tanta solitudine.
Mi sentivi in quel NO che ti urlava dentro, ma fingevi indifferenza.
Forte della tua determinazione, marciavi come un soldato a cavallo della propria volontà, senza far caso a quella parte di te che ogni giorno moriva un po’ di più, un po’ di più ancora».

Al suono di quelle rauche parole, Gaby ondeggiava come canne al vento, equilibrio instabile, mente offuscata dal caos.

E poi un altro numero: 27.

“Ne sono rimaste solo 27” pensò, sentendosi come una casalinga prima delle pulizie di Pasqua: consapevole della fatica che l’aspetta , ma già pregustante il piacere della casa profumata, pulita ed in ordine.

Le mani tremavano un po’ meno (forse perchè quelle di Platty erano diventate meno gelide).

Gli sguardi si incrociarono.

Ogni traccia di eyeliner era sparita dal viso della vendicatrice e anche gli occhi, abbandonato tutto quel nero, ridevano, nel loro colore originario.

Le pagliuzze dorate brillavano nel verde, specchiandosi in quelle di Gaby.

Finalmente si erano riconosciute.

Finalmente si erano ritrovate.

Finalmente. Sì.

Perchè era passato più di mezzo secolo da quando erano state una cosa sola, nel ventre della madre e della Madre ancora.

 

I ricordi affiorarono tutto d’un colpo.

Erano fatti di pelle, acqua e battiti. Pace assoluta, equilibrio ed armonia. Compenetrazione.

Ma allora quando… quando si erano perse?

Forse era stata la morsa del cervello, il timore del giudizio altrui, forse le aspettative o il perfezionismo. Chissà.
Era tardi per sapere, ma non per recuperare, penso Platty.

E abbracciò l’altra sé, con un entusiasmo istintivo, più forte di qualsiasi sinapsi.

Lentamente, molto lentamente, qualcosa iniziò a sciogliere le sbarre del cuore ingabbiato di Gaby.

Lacrime copiose rendevano più fertile il suo sentire.

E il respiro, via via più profondo, ubriacava le cellule di frizzante leggerezza.

 

Si presero per mano, attraversarono quasi correndo l’asfalto della strada, per trovarsi in un attimo tra steli d’erba e piccole margherite.

 

Ridevano, come due adolescenti al primo amore, come due bambine in una giornata di sole.

Presero a far capriole, a correre e a saltare, sazie nella loro ritrovata unità.

Non sprecarono un secondo, né un gioco, né un sorriso.

 

E fu proprio mentre rotolavano, ridendo ad occhi chiusi, che Gaby sentì gli steli dell’erba pungerle il viso.

Lentamente aprì gli occhi.

Platty non c’era più, eppure sentiva dentro la sua risata di bimba felice.

 

Si sdraiò sulla schiena, lasciandosi accarezzare dal tepore del sole, serena, finalmente in pace con se stessa e col mondo intero.

Nel mantello azzurro del cielo, intanto, due cavalli bianchi galoppavano, le redini manovrate dalle mani sicure di Gaby e Platty.

Forti e Vincenti, insieme, verso la Vita.

(E l’ansia per quei numerini? Vi chiederete… Finita in briciole, sotto gli zoccoli dei cavalli).

 

Gabriella Camusso

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