Il signor Senza Nome

Il signor Senza Nome

L’amore prende strade sterrate e impervie, ha bisogno che tu sia pronto, sveglio, disposto a tutto. E per esserlo ti deve destrutturare, scrostare, ricostruire.

Questa storia sarà raccontata dal diretto interessato: il signor Senza Nome. Forse l’hai incontrato da qualche parte, forse è il tuo vicino di casa, forse un vecchio compagno di scuola. O, forse, sei tu…

Il Signor Senza Nome

Mi voglio presentare così, io sono il signor Senza Nome. Se potessi descrivermi evitando d’inciampare nella banalità, direi che sono un viaggiatore. Viaggiare per me è vita, se rimanessi fermo probabilmente morirei. Lo so perché una volta sono quasi morto per questo motivo.

La mia storia non è sempre stata narrata da pellegrino, ma è proprio questo che mi fa apprezzare la mia attuale condizione di perpetuo movimento; il sapere cosa si prova nell’immobilità.

Ho avuto anch’io una casa, un lavoro, il solito ritrovo nel bar del paese, un’auto che accarezzavo più di mia moglie e la solita rassicurante routine. Andava tutto molto bene, ero anesteticamente felice.

Essere felicemente anestetizzati è come quando si prende un antidolorifico e, per qualche ora, sparisce il dolore come per magia ma questo non vuol dire che si è guariti.

Il mio antidolorifico era l’immagine nella società, un’occupazione molto dignitosa della quale andare fieri, ero stimato ed economicamente benestante. Cosa si poteva volere di più?

Infatti! Perché cercare qualcosa di diverso? C’era gente che avrebbe dato un occhio per essere al mio posto, e io dovevo apprezzare ed essere grato.

Ogni mattina da più di quarant’anni mi alzavo dal letto alle 6:30 e bevevo latte e caffè con la solita brioche farcita di marmellata all’albicocca, rigorosamente di una marca particolare. Sempre.

Da quarant’anni!

E da tutti quegli anni mi perdevo le mattine. E non lo sapevo!

Nessuno ha idea di quale immane tragedia sia perdere le mattine?

Certo, uscivo di casa alle sette e avrei potuto accorgermi dell’aria umida e frizzante e del cielo che cambiava colore e soprattutto del sorgere del sole, ma non avevo tempo, non alzavo mai lo sguardo al cielo e se lo facevo era per imprecare a causa del traffico. Non credevo fosse una gran perdita e non davo importanza alla cosa.

Arrivavo in ufficio e fino all’una non vedevo altro che lo schermo del computer, mi fermavo per il pranzo insieme ai colleghi e arrivava la sera senza che avessi sentito il sole sul viso.

La cena in famiglia si svolgeva con mia moglie che cercava di coinvolgermi nelle vicende familiari mentre io, in realtà, fingevo di ascoltare giocando col cellulare a qualche stupida applicazione.

E così i giorni passavano e niente cambiava.

Sembravo un albero in autunno, spoglio e dormiente con il suo strato di muschio. Eppure non me ne accorgevo.

Finché, un bellissimo giorno, il mio cuore fece il pazzo: duecento battiti al minuto, così, senza preavviso.

Pronto Soccorso.

Infine la diagnosi: pressione alta, colesterolo, cuore affaticato e stress, il mix vincente per una cardiopatia.

Non potevo crederci.

Ero un uomo sano, vita abbastanza tranquilla, alimentazione corretta. Possibile fossi in quelle condizioni?

Rimasi allibito e interdetto.

Mia moglie disse che ormai avevo una certa età e dovevo rallentare i ritmi.

Una certa età? A 48 anni?

In un primo momento, durato qualche giorno feci il bravo. Seguii le prescrizioni alla lettera. E mi riposai, molto.

Steso sul letto mi convincevo che in fondo era meglio così, me la meritavo quella vacanza. E perché mi sentivo come se avessi perso un sacco di tempo?

Non me lo spiegavo, dovevo solo riposarmi una decina di giorni, non era la fine del mondo. Niente da fare, ero completamente in preda all’ansia.

Per la prima volta nella mia vita dovevo stare da solo con me stesso, non lo avevo mai fatto.

I pensieri si affollavano nella mia testa e non sapevo come fermarli. Troppi, incessanti pensieri.

Non riuscivo a dormire, non c’era verso.

All’inizio non volevo prendere quella robaccia, ma alla quinta notte in bianco cedetti e presi un ansiolitico. Era piacevole la sensazione che provai subito dopo, il dolce torpore e poi l’incoscienza del sonno.

Mi svegliai il pomeriggio seguente intontito, mi alzai dal letto, infilai le scarpe da ginnastica e uscii, così com’ero, in pigiama! Camminai fino all’incrocio verso la Statale e rimasi fermo a guardare le auto che sfrecciavano. Chi a destra, chi a sinistra, avanti, indietro!

Dove andavano con quella fretta?

Quale posto o quale incontro meritava tanta premura?

Tutta quella gente che si muoveva pur rimanendo ferma. E per la prima volta mi chiesi che senso avesse.

Per quale ragione esistiamo?

Mi feci questa domanda per i giorni a seguire e, soprattutto, mentre ascoltavo mia moglie raccontare al dottore della mia passeggiata in pigiama lungo la Statale. Lei piangeva disegnando diagnosi disastrose.

«Come mai ha deciso di fare questa passeggiata?» mi chiese il dottore con finto interesse.

«Avevo voglia di camminare, avevo dormito troppo a lungo.» risposi per cortesia ma la mia mente era fuori dall’ambulatorio, lontana dalla città e dalla strada. Attraversava campagne e colline, volava con i grandi uccelli delle montagne rocciose e si bagnava nell’acqua fredda degli oceani del nord.

Il giorno dopo salutai mio figlio, entrai nella sua camera per la prima volta da almeno dieci anni. Ero stato un buon padre durante la sua infanzia, ma nella fase adolescenziale le cose cambiarono tra di noi. Oltre a interessi molto diversi ci fu un altro aspetto determinante: la mia stronzaggine. Ero un padre stronzo, c’era poco da fare, troppo occupato a farmi i miei interessi per occuparmi di un ragazzino in crescita.

Comunque, entrato nella sua camera mi sentii un intruso, non c’era niente di familiare, nemmeno il giovane uomo seduto sul letto a leggere.

Mise da parte il libro e mi guardò corrugando la fronte, lo stupore era palese sul suo volto.

«Hai bisogno di qualcosa, papà?»

«Sì, ho bisogno che ti occupi della mamma, come sai vado via per un periodo, non ti preoccupare non la sto lasciando. Voglio fare un viaggio… un cammino.»

Fece una risata cinica e del tutto priva di commiato.

«Vorrei poterti dire che mi mancherai, ma sarebbe una balla. Come io non mancherò a te. Quindi niente convenevoli. Sapevo che te ne saresti andato, prima o poi, ma non così. Questa cosa del pellegrinaggio in giro chissà dove, non l’avevo prevista, anzi, mi spiazza completamente. Magari ti farà bene davvero. Una cosa sola ti chiedo, non farla sentire rifiutata, dille che l’ami e che tornerai da lei.» Le sue parole mi colpirono più di una legnata sui denti. E uscii con la coda tra le gambe. Mio figlio sedicenne era più maturo e in gamba di me, non sapevo se esserne orgoglioso o sentirmi un fallimento.

Quella notte abbracciai mia moglie dopo tanto tempo, lei singhiozzava piano.

«Non è un addio, tornerò, te lo prometto. Sappi che ti amo e non vado via da te, scappo dall’idiota che sono diventato, voglio lasciarlo morire di stenti tra sentieri di colline, pianure e montagne. Per poi poter creare un me stesso migliore per te, amore.» annuì asciugandosi le lacrime e la baciai.

Ora sono qui, su questo sterrato che costeggia l’oceano Atlantico, ho una maglietta in testa e la barba lunga. Dormo in tenda dentro un sacco a pelo, l’alba è la mia sveglia, le stelle la mia mappa. Le famiglie del luogo, se mi vedono mangiare da solo ai bordi della strada, mi accolgono nella loro casa e mi fanno accomodare alla loro tavola. C’è una frase che ho sentito spesso da questa gente: nadie se queda solo. Nessuno rimane solo. Mi chiamano: el peregrino Sin Nombre. Adoro il mio nuovo nome. Adoro questa gente.

Sono il Signor Senza Nome, se m’incontri sul tuo cammino, fermati, ho una bella storia da raccontarti; la storia dell’uomo che non perse mai più una mattina.

 

Enrica Zerbin

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