Josepha

Josepha

Un milione di passi ancora, nel deserto di fuoco, nell’arsura e nella mancanza di ogni cosa, comprese le certezze. Con la sola compagnia della speranza cammini e conti i passi che ti avvicinano alla libertà.

Dobbiamo partire! Sussurra in coro la tua gente, l’amore per la tua terra, misto alla paura, ti ha fatto tentennare ancora un po’. Ma dopo aver subito di nuovo violenza, dopo essere stata trattata come bestiame, dopo aver fatto da schiava, ancora e ancora; non hai più potuto aspettare. Sei scappata con niente, perché niente avevi, se non la tua forza, se non le tue gambe robuste, allenate a lavorare duro. Eccoti su quel barcone, di nuovo picchiata, di nuovo trattata come bestiame. Il mare è freddo ma è l’unico modo per riappropriarti della tua dignità di donna. “Nessuno più alzerà il bastone sul mio corpo martoriato, nessuno più userà la mia carne come sfogo immondo al suo piacere sporco e crudele. Nessuno più. Sia il mare la mia tomba, mi prendano le acque, ma voi bestie disumane non mi avrete mai più”. Urli nel tuo cuore mentre il mare ti avvolge…

Sfugge una ciocca riccia dal foulard; è bianca, così in contrasto con la tua pelle scura come legno d’ebano. E quando apri piano gli occhi grandi e impauriti, si apre la finestra sul tuo cuore.

Un cuore ferito, umiliato, picchiato, abusato, sfinito. Su quel ponte di quella nave straniera, guardi quella donna piccola e gracile dalla pelle bianca che ti accarezza con compassione, e pensi sia un angelo.

Ti tocchi la pancia, di quel corpo robusto d’africana, che non può generare. Nessun figlio hai stretto tra le braccia, nessuno per il tuo seno generoso, e pensi a tutti quei bambini che hai visto morire per la speranza di una vita migliore, quei bambini sono i tuoi figli, i nostri figli, e i figli del mondo.

Il sangue nelle tue vene è diventato fuoco e ti ha permesso di sopravvivere per giorni, dentro il mare freddo di confine. Sapevi che era importante, perché dovevi raccontare la tua storia. La storia di tutte le donne.

E mentre sussurri: “Vi prego non portatemi in Libia”, con gli occhi grandi pieni di orrore, scopro che hai solo quarant’anni. Che la vita ti porti un po’ di pace, gloriosa donna d’Africa.

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