La Dea Circe e il femminile indipendente

La Dea Circe e il femminile indipendente

CIRCE: donna e dea, Omero la descrive così: “all’isola Eea vi abitava Circe dai riccioli belli, dea tremenda con voce umana”.

Circe è la figlia del dio dell’astro solare Helios, e Perseide: ninfa delle acque.
Secondo un’altra tradizione sarebbe figlia del giorno e della notte.
Già a questo punto si scopre che il mito di Circe, rappresenta il connubio degli opposti: figlia del fuoco e dell’acqua,
ma anche del giorno e della notte.

Mi soffermerei sulla descrizione della sua voce, umana, sottolinea Omero.
Forse l’autore voleva sottolineare la sua compassione (umanità) e l’emozione che sapeva esternare con il verbo,
e non di certo un difetto della sua divinità.

Infatti la sua voce viene definita melodiosa e incantatrice, rimandando l’attenzione proprio al Chakra della laringe,
e di conseguenza alle capacità intellettuali e d’eloquio, che di solito venivano attribuite a eroi di sesso maschile.

Circe vive da sola sulla sua isola, conosce l’uso delle erbe guaritrici e anche le belve più feroci si fanno mansuete ai suoi piedi;
come la dipinge Alessandro Allori nell’opera del 1560 “Ulisse e Circe”.

Circe nell’arte

Come Allori, molti altri artisti la dipinsero come protagonista nel poema dell’eroe Odisseo,
pur in un’epoca dove la donna assumeva sempre ruoli secondari che incorniciavano i gesti eroici maschili.

Circe non rimane sullo sfondo, per quanto il poeta Omero si fosse sforzato di relegarla nella categoria delle dee capricciose e volubili;
Circe diviene l’emblema della donna forte e indipendente.

Nello stesso quadro del pittore A. Allori, infatti, la dea è in primo piano con in mano la bacchetta, ed è concentrata nell’azione di leggere un libro.

Nel simbolismo esoterico la bacchetta comanda gli elementi, indispensabile strumento per mediare sulla realtà, ma non solo.
Il bastone o bacchetta è uno strumento usato per indicare e benedire le direzioni, infatti Circe fa proprio questo:
diviene indispensabile come guida e prodiga aiutante.
Il libro, poi, è il simbolo della conoscenza, dell’intelligenza e della preparazione intellettuale.
Doti di una donna completamente padrona di se stessa.

Una versione interessante di Circe c’è l’ha data anche Giordano Bruno descrivendola come maga che trasforma gli umani nella loro reale forma:
porci in questo caso. Quindi non maga castigatrice che muta la forma ai malcapitati soldati.

Ma non solo, la sua visione della dea è molto più ampia: “Bruno 152 (fonte Irene Berti: La metamorfosi di Circe),
in questo poema assume le competenze della divinità liminale arcaica che presiede ai riti di passaggio,
donando la luce agli occhi bui di 9 ciechi, solo quando Saggezza e Castità siano giunte a Bellezza”.

È molto interessante l’uso del numero 9, impiegato in molte erudizioni antiche per descrivere il numero di passaggi,
mondi, o porte che occorre attraversare per raggiungere l’illuminazione, intesa come conoscenza, sapere divino.

 

Una versione straordinaria del mito, la offre anche Augusta Webster nel poema “Circe”;
qui la poetessa la descrive come una donna bella e intelligente, capace di stare da sola ma che soffre un po’ per questa solitudine,
e per questo attende e sogna un uomo alla sua altezza.

Importante sottolineare che la Webster conosceva la lingua originale del poema omerico,
e quindi si ipotizza che la rilettura al femminile dell’opera abbia portato alla luce conoscenze occultate dalle precedenti traduzioni tutte al maschile.

Circe: conoscenza, magia, intelligenza, indipendenza, eloquio, compassione… DONNA!

Enrica

Lascia un commento