L’unico modo possibile…
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Se esistesse un modo per descrivere il silenzio del fiume, lo farei. Forse esiste ma non sono bravo con le parole.
Preferisco godermi il silenzio e osservare, ci vuole pazienza nell’osservazione, non è un buttare l’occhio, o un guardare. Ed è parzialmente legato al senso della vista, perché osservare va oltre ciò che si vede, potrebbe assomigliare di più a uno svelare.
Osservo, non guardo. Svelo, scopro, spoglio qualcosa da tutto quello che conosco e vado oltre, quello che credo di sapere si perde, diventa irrisorio.
Il mio amico Raphael lo chiamerebbe lo “Spirito” della natura, ma non trovo importante dare un nome a ciò che accade durante questo svelamento, perché sarebbe come chiudere l’immensità della bellezza dentro una scatola di credenze. Un vero sacrilegio.
Così, mi tengo ben lontano dal trovare le parole per questa magnificenza e mi godo il silenzio dell’osservatore.
Sono appostato in questo scorcio di fiume da una settimana, ho ricoperto la tenda con foglie cadute e terra, mangio fagioli in scatola e pane in cassetta senza scaldare niente, il fuoco mi farebbe scoprire, per pisciare e tutto il resto scavo buche come un gatto per lasciare meno tracce possibili della mia presenza, gli animali che si sono allontanati quando hanno sentito al mio arrivo, stanno tornando.
Accade sempre con le stesse tempistiche: arrivo in un sito, esamino nei dintorni se c’è vita, come impronte, terra smossa, escrementi, eccetera, e se ci sono tutte le caratteristiche che preannunciano un luogo abitato, preparo il mio bivacco e lo mimetizzo con la natura circostante, da quel momento in poi so che ci vorranno almeno due-tre giorni, prima che gli animali ritornino o escano dai loro nascondigli. Intanto preparo le macchine fotografiche con l’obiettivo adatto e regolo l’illuminazione a seconda dell’ora del giorno e della notte.
Finora ho visto solo topi, ma è un buon segno, i predatori arriveranno presto: gufi, falchi, poiane, volpi, e se sono fortunato anche qualche enorme luccio perca, o mastodontica carpa usciranno dall’acqua per rimediare un boccone. I topolini si spingono spesso sulle rive del fiume, con quella mania per la pulizia e per rimediare qualche radice succulenta.
Intanto osservo e divento parte del silenzio, non sono nemmeno in attesa, sono parte di tutto quello che mi circonda, il mio corpo si espande. Sento il vecchio daino che si avvicina, mastica erba secca, dietro di lui arriverà a momenti il resto della famiglia. I miei sensi sono vigili, acuiti, non che sia in allerta, tutt’altro, io stesso sono il daino e la terra che calpesterà, o l’erba che ruminerà. Sono le foglie delle betulle che cadono piano, svolazzano lente e si posano. Gli agenti atmosferici, finora, sono stati clementi, ma sarei potuto essere anche vento e pioggia con la stessa devozione.
La coppia di cigni continua la sua danza d’amore, è a portata di click da quando sono arrivato, credo di avere una cinquantina di scatti, è una sofferenza non scattare ulteriori foto, soprattutto in questo momento, mentre scivolano sull’acqua ricoprendosi di attenzioni. Ma devo tenere risparmiate le batterie per i predatori, dai miei calcoli arriveranno al crepuscolo.
Apro una busta di cereali cotti al vapore e mi accingo all’ennesimo pasto insipido e freddo, pazienza.
Sono uno che si adatta, ho bisogno di poche comodità, so che quando sarò a casa davanti al computer tutto questo mi mancherà, perciò mastico cereali insipidi, ascolto il daino masticare e osservo i cigni amoreggiare, eppure, il mio pensiero vola sempre da te.
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