Lontano da casa

Lontano da casa

La cosa straordinaria, mentre si guarda negli occhi queste ragazze; è l’accorgersi che sono ragazze. Sembrano pensieri ovvi, ma non lo sono.

Crediamo che le differenze religiose e culturali siano abissali e che non possano coesistere con le nostre. Niente di più sbagliato!

Sappiamo, o crediamo di sapere, che scappano, chi dalla guerra, chi da condizioni di vita disumane, e che vedono l’Europa, soprattutto l’Italia, come una Eldorado, un Paradiso dove poter ricominciare.

Non è proprio così.

Dooshima non sapeva nemmeno cosa fosse l’Europa, e men che meno l’Italia, voleva solo studiare e non essere costretta a sposarsi a 15 anni con un quarantenne.

La scuola è un lusso per pochi nelle zone povere della Nigeria, e spesso la scuola militare è l’unica strada.
Se una famiglia riesce a mandare a scuola un figlio, di solito sarà un privilegio del primogenito maschio, molto raramente della figlia femmina.

Eppure, la madre di Dooshima ce l’ha messa tutta, vedova con nove figli. Dopo la morte del marito si è rimboccata le maniche e ha costruito da sola una piccola casa al villaggio: tonda, mi racconta la ragazza e mi apre un sorriso da bambina, carico d’orgoglio per la madre forte e determinata.

 

Ora ha 22 anni Dooshima, e un bagaglio pesante sulle spalle, fatto di paura, delusioni, tradimenti, sfruttamento, violenze e abusi della peggior specie.

 

La sua storia inizia con la morte del papà, un militare, che ricorda poco, perché accadde quand’era molto piccola.
Da quel momento in poi la sua famiglia si ritrova nella più assoluta povertà.

 

La madre però non si arrende, chiede un piccolo prestito e cerca di ricominciare a vivere coltivando la terra e vendendo frutta e ortaggi.

Succedono, tuttavia, una serie di eventi che mettono in ginocchio la povera donna: il figlio maggiore ruba i pochi risparmi e scappa, e l’altra figlia maggiore viene uccisa mentre frequenta la scuola militare, che era riuscita a frequentare, grazie al duro lavoro della madre.
Nessuno indagherà per la morte di questa ragazza, avvelenata si racconta, nessuno pagherà per l’omicidio.

 

Nello stesso periodo Dooshima viene portata via all’età di dieci anni, da una donna benestante, con la promessa alla madre, di farla studiare. La donna, piegata dal dolore per la morte della figlia, accetta.
Invece, per cinque anni la bambina, farà da serva e bambinaia a una famiglia facoltosa della Nigeria.

 

La ragazza torna a casa all’età di 15 anni, senza aver mai frequentato un solo giorno di scuola, e l’unica ricompensa avuta dalla ricca famiglia, per i cinque anni di duro lavoro, è una macchina per cucire che la ragazza non sa nemmeno usare.

La madre di Dooshima si rassegna e pensa che l’unica soluzione sia farla sposare, ma la ragazza non ne vuole sapere, non ci sta a fare da serva a un uomo che non ama, e molto più vecchio di lei.

La madre insiste con fervore, molto probabilmente la donna teme per la figlia, una figlia che non si accontenta e che non abbassa la testa al suo triste destino di ragazza nigeriana.

Dooshima non ha scelta, scappa con l’aiuto di qualche amico, finisce nella capitale a dormire per strada.

Da qui in poi la storia diventa simile a quella di molte altre ragazze: viene avvicinata da una signora elegante, le Madame, donne che adescano giovani ragazze ingenue con chissà quali promesse, e le costringono a prostituirsi nei bordelli.

Le donne in Nigeria sono considerate oggetti da sfruttare per il lavoro e il sesso. Niente diritti. Dooshima rimane sei mesi in quell’inferno.

 

Appena riesce a scappare per tornare a casa, uno dei fratelli la obbliga a sposarsi, o ad andarsene. A questo punto non ha scelta, la ragazza se ne va di casa.

Da qui comincia il vero inferno, viene tradita dai suoi amici e venduta come una schiava a un bordello della Libia.

Dooshima non sapeva niente di quello che accadeva in Libia, non sapeva nemmeno dove fosse, immaginate una ragazza che non ha mai avuto nessuna istruzione, men che meno geografica, ora immaginate l’enorme continente africano.

Per arrivare in Libia attraversa tutto il deserto del Ciad in condizioni disumane, con pochissima acqua e cibo, sopra camionette stipate di corpi, centinaia di persone.

 

Mentre racconta l’arrivo all’inferno, la ragazza cede, la forza le manca e scoppia a piangere. Si copre il viso con le mani, e con voce appena udibile racconta l’orrore. Violenze inaudite, ragazze che rimanevano incinte, partorivano in condizioni disumane e i bambini venivano buttati in mare come spazzatura.

Eppure, accade qualcosa, un uomo prova pena per lei, l’aiuta a scappare.

Dooshima dice una cosa importante, riporto testuali parole: «Quando si accorgono che sto per scappare, le guardie dell’orrore libico mi sparano, cercano di fermarmi in tutti i modi, perché nessuno fuori dall’inferno deve sapere cosa accade là dentro, perché ci sono dei libici buoni che potrebbero fermare le persone cattive.»

È una notizia importante, sapere che denunciare le atrocità innescherebbe un controllo da parte di autorità del territorio, è una piccola speranza.

 

A questo punto, ferita a una gamba da un colpo di pistola, Dooshima viene messa in prigione, dall’orrore all’orrore, il proiettile le viene estratto da una compagna di cella, senza nessuna attrezzatura medica. Il dolore non si può spiegare racconta, e si copre gli occhi al solo ricordo.

Dopo un periodo di prigionia che non sa quantificare, in condizioni di salute pessime, qualcuno le chiede quanti soldi può pagare per la traversata.

La ragazza aveva pochi risparmi con sé, nega con coraggio di avere famiglia, per evitare ripercussioni sulla madre, uno degli scafisti si fa consegnare il poco denaro e mosso da compassione, o chissà cosa, la fa salire sul gommone che la porterà in Sicilia.

Dooshima non sapeva dove sarebbe finita, non sapeva niente dell’Italia, ha solo scelto tra la morte certa e una piccola speranza di vita.

Niente di più.

Alla fine del racconto pronuncia una frase che descrive tutte le atrocità subite: «Vorrei solo sapere se potrò avere figli.» e poi: «Io volevo solo studiare e diventare medico, non volevo altro.»

Ci sarebbe tanto da dire ancora su questa ragazza di 22 anni che ha conosciuto l’inferno e se lo è lasciato alle spalle. Una ragazza che non si è accontentata, che ha detto di no, anche quando significava lasciare tutto e rischiare la vita.

Questo è il messaggio che voglio che arrivi, questo voglio che si sappia di questa ragazza col sorriso di bambina…

 

Enrica

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